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LA CONCEZIONE DEL TEMPO di Bent Parodi

 

Ci sono nozioni filosofiche con le quali tutti noi dobbiamo fare dolorosamente i conti. Sono idee, a tutta prima astratte, che si rivelano nella storia con drammatica concretezza: fra queste, al primo posto, è il Tempo. Di esso si è scritto a proposito e a sproposito; fisici, poeti, letterati e pensatori ne hanno esaminato le varie facce.
La problematicità della nozione Tempo esercita un fascino irresistibile su chiunque anche non interessato, normalmente, a questioni teoretiche; il fatto che il tempo richiama, per immediata associazione, il concetto di durata e, con essa, quello della ineluttabilità della morte. Nascita, crescita, declino si legano intimamente all’antichissima concezione del ciclo, su cui si basarono le religioni mediterranee pre-indoeuropee. Tenteremo anche noi, qui, un’analisi per approcci del problema-tempo, visto nel suo aspetto storico e semantico, con l’obiettivo di riaffermare quel filo di continuità culturale che, sin da epoca arcaica, sembra apparentare le prime speculazioni mitologiche alle più recenti acquisizioni della fisica contemporanea.
Il tempo nella storia etimologica.
Per la nostra indagine sommaria (sull’argomento potrebbero versarsi fiumi d’inchiostro) partiremo dalla Grecia. Gli Elleni, indoeuropei e, perciò, affini agli ariovedici dell’India sanscrita, chiamarono il tempo chronos, da una radice gher; in tutta l’area linguistica aria designa il concetto di recingere, chiudere, delimitare e simili. Essi, dunque, videro la durata come limite, già intimamente associata all’idea dello spazio, uno spazio non vuoto (come comunemente si ritiene) ma come recipiente di potenzialità: il chaos teogonico – si pensi a Esiodo, a Ferecìde – che si riallaccia agli omologhi termini chaschànò, chàschò, connessi al significato di serbatoio. Il chaos non era il nulla (concetto, in realtà, estraneo alla mentalità degli antichi) ma l’antefatto della vita, della molteplicità dei fenomeni, e - per questo – quasi sempre indicato come progenitore della realtà. Caos come spazio, allora, e lo spazio – come si sa – si è rivelato in tempi assai recenti come tutt’altro che vuoto (il vuoto non esiste), portatore di materia interstellare, addirittura di vita; l’analisi spettroscopica degli astrofisici ha individuato tutti gli elementi organici necessari alla costituzione del fenomeno-vita proprio negli spazi interstellari. E siamo al modernissimo concetto di unità spazio-tempo, il cronotopo come è stato chiamato con termini greci, che la fisica relativistica, da Einstein in poi, ha posto come esigenza della sua visione cosmologica di base. Chronos, dicevamo, fu inteso e – l’etimologia ce ne da conferma – come delimitazione della realtà, una realtà che, dunque, supera il tempo per ampiezza e durata. Alle stesse conclusioni giunse, già di buonora, la sapienza arcaica dei Latini: all’ellenico chronos i Romani contrapposero tempus, la parola che ha dato origine all’italiano tempo. Ma questo termine degli indoeuropei italici fu mutuato dal vocabolario greco anch’esso: tempus ha la sua radice etimologica in tem, che troviamo in temno, tagliare, cingere, conchiudere. Si riafferma, anche in questo caso, la nozione di limite, di porzione limitata della realtà. E la Grecia e Roma sono solo due esempi, fra i più significativi, di questo modo di concepire il tempo nato con tutta probabilità nell’età tardo neolitica. Fu allora, infatti, che le prime società di agricoltori imparando a coltivare regolarmente la terra si avvidero anche delle ferree leggi del ciclo naturale delle stagioni, a cui le colture erano di necessità soggette. Fu anche l’epoca in cui ci si rese conto della dualità della natura: giorno-notte, caldo-freddo, luce-buio, nascita e morte del mondo vegetale, fenomeno – quest’ultimo – a cui fu spontaneo associare anche l’uomo. Nacque così, in embrione, l’idea dell’identità fra microcosmo (l’uomo) e il macrocosmo (l’universo), che nel mondo antico giunse a completa maturazione speculativa con la riflessione degli Stoici che intesero l’universo come un tutto vivente (universo: ciò che si volge a unità...). La nozione di ciclo, apparsa con la cultura neolitica della religiosità agraria mediterranea, è responsabile – come abbiamo visto – dell’ètimo di chronos e del tempo, del loro essenziale significato di limitazione. E quest’idea antichissima si è in fondo mantenuta fino ai nostri giorni nella coscienza comune, chiaro retaggio delle nostre inalienabili radici motivazionali.
Nemico e limite dell’uomo.
Ma il tempo, nemico dell’uomo in quanto lo limita, lo frena nel suo irresistibile impulso di autotrascendimento, si prestò anche ad altre interpretazioni, anch’esse sopravvissute fino ai nostri giorni: in tutte le culture ritroviamo accanto al tempo-limite anche il tempo-senza tempo, l’eternità come proiezione e realistico traguardo della durata-provvisoria. La geometria ci ha insegnato che il segmento è una porzione finita della retta infinita; in filosofia riscontriamo l’analogo rapporto tempo-eternità ed eternità etimologicamente si ricollega al tempo, all’evo, al grande ciclo affermato dalla filosofia induista (il para-brahman, il kali-yuga). Perché, sin dal sorgere della speculazione mitica, prima, e ragionale, poi, gli uomini sono stati portati istintivamente a vedere nel tempo il suo superamento? Probabilmente perché vi è innata nell’uomo un’esigenza di totalità, che gli fa cogliere intuitivamente l’infinito, pur essendo questo posto al di là della possibilità del nostro pensiero e, quindi, rappresentabile solo attraverso il simbolo. Il simbolo ci dà la chiave di volta, di decifrazione della realtà metastorica, dell’al-di-là delle cose. L’origine della parola ci rinvia ai concetti di allusione, di contrassegno e di riferimento sottinteso; e non è un caso che nel mondo della sapienza greca, magistralmente scandagliato da Giorgio Colli, riscontriamo agli albori della speculazione l’enigma, il nascosto. «La natura ama nascondersi », affermava Eraclito. «Agli dèi non piace ciò che è manifesto, essi amano l’enigma», affermano ancora le Upanishad indiane. La soluzione del limite nell’illimitato trovò il suo primo ambito di pertinenza nelle società misteriche. E non c’è dunque da stupirsi se già con l’orfìsmo chronos il limite fu identificato (associazione magica fondata sull’omofonìa) con Kronos, l’antico dio dei monti della religiosità pregreca. Qui Ker, la radice di Kronos, allude al fare, all’eseguire e fu facile per le speculazioni mistiche dell’antica Grecia sovrapporre alla figura mitologica di Kronos un’attività demiurgica di creatore della realtà, che si attribuì, quindi, al tempo, alla dimensione dionisiaca che troverà ancora un’eco nell’interpretazione di Nietzsche. L’innocenza creativa si svolge nella dimensione del limite per superarsi e trascendere nel senza-limiti, nell’Eternità agognata da tutti gli iniziati d’ogni tempo, dagli Orfici ai teosofi del mondo contemporaneo.
Tempo come Tempio.
E veniamo alla seconda coincidenza semantica. Il verbo greco témno, che – abbiamo visto – significa tagliare e che, in questa sua accezione particolare, ha provocato la formazione del vocabolo latino tem-pus, tempo, nasconde altre possibilità di analisi che rinviano alla contrapposizione del tempo profano a quello sacro, del tempo secolare a quello mitico dell’eterno. Témno ha prodotto la parola témenos, recinto chiuso e consacrato, propriamente: cioè, il tempio greco, il luogo di dio. E lo stesso termine, ripreso dal vocabolario ellenico, ritroviamo nel latino templum, nell’italiano tempio, sempre col medesimo significato di fondo a cui rimanda l’etimologia. V’è, sottinteso, un fecondo rapporto dialettico di identificazione magica fra tempo e Tempio, di cui s’è perduta cognizione ma non sentimento. L’uomo in questa polarità di significati, entrambi validi e veri ad un diverso livello dell’esistere, compie una scelta di campo irreversibile per il suo stesso destino: vivere nel limite o, piuttosto, nella dimensione di eternità. La svolta drammatica in più tempi riproposta dall’antico invito delfico «Conosci te stesso», svela il senso profondo dei misteri e del messaggio mitico, di cui la filosofia non serberà che un parziale ricordo, un’oscura nostalgia come aspirazione alla sapienza. E chi è sapiente? Chiunque può esserlo, e in potenza lo è. E ancora Colli (La nascita della filosofia) a ricordare che sapiente è chi getta luce nell’oscurità, chi scioglie i nodi, chi manifesta l’ignoto, chi precisa l’incerto. Per essere sapienti bisogna tornare al mito. Di miti c’è ancora – e, soprattutto oggi – grande bisogno. Ma la dimensione mitica mal si attaglia all’esasperato razionalismo, alle rigidità filologiche. La filosofia corrente non ci viene in soccorso perché essa ha perduto il filo d’Arianna: il simbolo. Persino un grande filologo, come il tedesco Ulrich Wilamovitz von Moellendorf, notissimo per il suo estremo scrupolo testuale, ebbe un cedimento mitico. E scrisse, narrando d’un suo viaggio in Arcadia, d’essersi imbattuto in un Sileno... E il suo racconto non fu privo d’una certa commozione. Il simbolo è un’esigenza profonda dello spirito, la via per superare il tempo e accedere al Tempio.

 

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